Dentro la psicologia

Sentire è una cosa. Ascoltare un'altra. Sentire riguarda i sensi. Ascoltare vuole l'uso della mente. Sentire è un fatto acustico. Ascoltare richiede concentrazione, disponibilità.
Oggi pochi ascoltano. Quando uno parla, i tempi di attenzione dell'ascoltatore sono limitati, come se quest'ultimo avesse sempre qualcosa di più urgente (o di meglio) da fare. Alcuni sono presi dai loro pensieri, per altri l'argomento di conversazione è un mero stimolo per parlare di sé o per dare consigli frettolosi, non richiesti; i più sono distratti dalla sovra-stimolazione dello smartphone e/o dalla messaggistica.
Perché tendiamo spesso a catapultarci in un altrove, come se avessimo bisogno di fuggire dal qui e ora?
I motivi sono diversi. Svago? diversivo? Il voler restare eterni adolescenti?
E' forse un postumo del lockdown, quando le persone si erano chiuse nelle loro case e avevano contatti solo virtuali?
Una cosa è certa. La principale causa del poco ascolto è l'invasività della tecnologia, che strumentalizza la solitudine e il bisogno di socialità, creando dipendenza: web, messaggistica compulsiva, social network. Il contatto con gli altri è diventato virtuale, breve e frammentato, a distanza. All'inizio, l'astuzia dei social era stata quella di entrare in punta di piedi: la loro bandiera sembrava lo spirito di aggregazione (community, rete delle cosiddette "amicizie", condivisione di pagine). In poco tempo questi potenti strumenti sono diventati sempre più pervasivi, autoreferenziali, propagandistici: reels, influencer, followers. Oggi chi pubblica fa solo monologhi, stabilisce una comunicazione unilaterale, auto-centrata, incurante di ciò che arriva o non arriva all'altro. Si esibisce su un palcoscenico, in un teatrino privato di fronte a spettatori passivi, distratti, vittime di un marketing subdolo e mirato (profilazione a fini commerciali).
Il capitalismo globalizzato, del resto, non prevede interazioni particolari fra emittente e ricevente, se non quelle mirate alla vendita. La comunicazione a senso unico, quella pubblicitaria e subliminale, si è diffusa anche fra le persone: contatti brevi e saltuari con pochi ascolti e tanti monologhi. Lo stesso avviene con i libri e con la musica: tutti pubblicano e nessuno legge, tutti suonano e nessuno ascolta.
Bisogna assolutamente tornare ad ascoltare. Ciò che l'altro dice non è il rumore di fondo dei nostri pensieri. Bisogna spegnere quella protuberanza anatomica della mano chiamata smartphone e dimenticarci momentaneamente di noi stessi, di quella nave dell'Io che è sempre l'ammiraglia della flotta. Ascoltare significa immergerci nell'altro con i panni dell'altro, fargli capire che anche tu provi le sue emozioni.
La parola condividere oggi è di moda, ma attenzione. Un vero condividere potrà esserci solo in presenza, non a distanza, con un like o una faccina.
La distanza favorisce solo le grandi aziende, i mercanti di dati, non le persone.
Le persone hanno bisogno di dialogare, di entrare nel solco del discorso dell'altro, di ampliarlo. Bisogna ascoltarsi, parlarsi, fare qualcosa insieme. La partecipazione è un valore che è alla base stessa della nostra umanità.
Psicologo a
Brescia
Laurea in Psicologia presso l'Università di Padova con 110/110
Iscrizione all'Albo degli Psicologi della Lombardiacon il n. 03/265
P.I. 04413260987