Dentro la terapia

La parola crisi viene solitamente accostata, nel linguaggio comune, a qualcosa di negativo: tristezza, ansia, sofferenza. In realtà krisis, in greco antico, significa scelta, punto di svolta, cambiamento annunciato. In un momento storico di grandi rivolgimenti come quello attuale, l'immagine del maschile è assai dibattuta e il suo ruolo è in costante trasformazione.
La questione è complessa, difficile da sintetizzare, ma sta di fatto che la prima conseguenza di questa crisi è un disagio psichico assai diffuso nei giovani maschi dai 25 ai 40 anni. Disagio spesso silenzioso, sussurrato, ma non meno rilevante di altre criticità del nostro tempo.
I più timidi e sensibili sono maggiormente in difficoltà e soffrono di ansie, paure, flessioni dell'umore, somatizzazioni. In alcuni si osserva un calo dell'autostima all'interno della coppia; tale senso di inadeguatezza si riverbera anche nel lavoro, specie nei rapporti con l'autorità.
Alcuni fra i più giovani, combattuti fra esigenza di libertà e bisogno di amore, si trovano in un vicolo cieco: la libertà li affascina, la solitudine li deprime, l'amore li fa sentire incatenati.
Ma la questione è ben più complessa.
Con l'avvento dell'economia industriale, il modello di famiglia patriarcale, legato a un'economia agricola, ha dato origine alla famiglia nucleare che oggi è sostenuta dal lavoro di entrambi i partner. L'organizzazione sociale maschio-centrica, perpetuatasi per milioni di anni, è sempre più alle corde, sottoposta ad aspra critica. Così come le giovani donne lavoratrici non vogliono più riferirsi al modello delle loro madri, così i maschi non possono più riferirsi a un modello di virilità fondato sulla forza, sulla prevaricazione e sul principio di autorità.
I giovani uomini di oggi si sentono smarriti e soffrono una condizione di impotenza. Sul posto di lavoro molti si sentono in soggezione rispetto ai loro superiori; nella coppia assumono atteggiamenti di sudditanza passivo-aggressiva. Qualcuno, con la donna, tenta di affermare la propria identità con la superiorità di genere e con la sopraffazione (che, in casi estremi e laddove il maschio non accetta di essere lasciato, può giungere persino alla follia femminicida). Non potendo più contare sulla predilezione che ricevevano dalle madri, i più appaiono disorientati di fronte a una donna in fase di rimonta, pervasa da forte necessità di acquisire un suo ruolo nella società.
L'antico mito della virilità ha delineato da sempre il profilo di un maschio che si tiene orgogliosamente lontano dalla sfera emotiva (ascolto, auto-ascolto, riflessione, auto-critica, empatia) considerata di competenza femminile. Molti giovani uomini, educati alla manualità, al pensiero razionale e con studi tecnico-scientifici alle spalle, non parlano la lingua delle emozioni: si occupano di ciò che si vede, si tocca, si misura e si monetizza.
I grandi limiti comunicazionali dell'uomo di ieri, che il sistema tollerava, risultano oggi sempre più evidenti in una coppia e in una società che non li tollera più. L'uomo senza qualità, l'anti-eroe del novecento è diventato l'uomo senza nome degli anni duemila.
La situazione del giovane è confusa e contraddittoria. Da un lato il mondo del lavoro gli richiede aggressività, dall'altro la donna gli chiede presenza, assertività e confronto. Nella coppia, ciò che dovrebbe portare all'incontro diventa spesso silenzio o scontro. Rapporti burrascosi, liti più o meno sotterranee in cui ciascuno si difende attaccando. In altre parole, la logica della guerra.
Sarebbe auspicabile, nell'ottica di una krisis che significa cambiamento, che i giovani maschi alzassero la testa, non per combattere le donne, ma le proprie depressioni. Invece di sentirsi in caduta libera dovrebbero reagire, concepirsi all'alba di un cammino evolutivo. In che modo? Non lasciandosi sopraffare dai troppi pensieri lavorativi, aprendosi al dialogo e alla comprensione, esprimendo emozioni e posizioni personali senza timore di apparire deboli, comunicando una forza interiore che dà sicurezza alla famiglia. Saranno loro i giovani padri che aiuteranno a far crescere i propri figli in modo sereno e armonioso.
Psicologo a
Brescia
Laurea in Psicologia presso l'Università di Padova con 110/110
Iscrizione all'Albo degli Psicologi della Lombardiacon il n. 03/265
P.I. 04413260987