Dentro la psicologia

Sappiamo bene che la vecchia pedagogia autoritaria, dominante sino agli anni '70, era fondata quasi esclusivamente sull'istruzione (alfabetizzazione, trasmissione di contenuti, nozionismo ecc.).
Il concetto di educazione è ben più vasto e include l'idea di formazione della persona. La parola educazione deriva dal latino e-ducere (portare fuori, far emergere potenzialità, attitudini e qualità già presenti nell'individuo).
La nuova pedagogia, già preannunciata dal metodo Montessori agli inizi del '900, si colloca all'interno della rivoluzione libertaria degli anni '70 che ha introdotto la cultura della contestazione, dei diritti, del sindacalismo e del femminismo.
Una sorta di neo-umanesimo si diffonde in quegli anni nella vecchia Europa. Alla sopraffazione si risponde con la difesa del debole; ai vecchi modelli che predicavano una pedagogia adulto-centrica, si contrappone la centralità dell'educando. Se la vecchia pedagogia era trasmissiva, la nuova invoca l'interattività; al vecchio metodo premi/punizioni si sostituisce la dimensione del dialogo; il culto della forzatura viene soppiantato da quello della spontaneità; il rifiuto del nozionismo porta ad incentivare lo spirito della ricerca e della rielaborazione personale.
Bisogna riconoscere che la vecchia pedagogia, pur caratterizzata da un'impostazione militaresca, da un lato aveva il merito di incentivare il senso della regola e del metodo, lo spirito di sacrificio, l'impegno e la tenacia. Dall'altro, inculcando obbedienza e pavido rispetto dell'autorità, si imponeva con la forza e la minaccia, commetteva abusi, intimidiva ulteriormente i timidi e gli insicuri. Gli adulti eleggevano un figlio modello o un primo della classe che doveva fungere da esempio di serietà, amore per lo studio, buona educazione, ecc. per gli altri. L'osservanza delle norme era regolata da un sistema di premi e punizioni. Il voto scolastico, percepito come valutazione della persona e non della singola prestazione, distribuiva medaglie che incentivavano i narcisi e punizioni che affossavano i più deboli.
Con l'avvento della nuova pedagogia tutto cambia. Dalla meritocrazia si passa alla democrazia, dalla paura al dialogo. Nella scuola e nella famiglia il rapporto fra educatore ed educando diventa più paritario; l'atmosfera, senza più lo spettro della paura, si fa più distesa. Libertà è la nuova parola chiave che viene declinata in mille modi: l'educando non viene più considerato un soldatino da addestrare o un vaso da riempire, ma una personalità unica e irripetibile capace di apprendere e di auto-determinarsi. L'adulto, da elemento centrale e autorevole che era, si propone quasi una comparsa, un socratico “facilitatore“ del processo di apprendimento. Malgrado sia mancata da sempre, almeno in Italia, un'educazione affettiva, i rapporti fra genitori e figli si fanno comunque più scorrevoli, paritari, aperti al confronto e al dialogo. Nasce la figura della mamma-amica in stile americano, moderna confidente dei segreti delle sue figlie, ruolo che fa sentire più giovani le signore di mezza età. Questa confidenza con il genitore (quasi sempre la madre), unita al prolungarsi degli studi e alle difficoltà economiche, sposta in avanti la fase di separazione/individuazione e induce spesso i figli a permanere in famiglia più del necessario (ricordo un amico tedesco che mi disse, scandalizzato: «Ma davvero da voi in Italia i ragazzi continuano a stare in famiglia dopo i 18 anni?»).
Esiste un altro inconveniente di questa tendenza: la perdita dell'autorevolezza da parte dell'educatore. Per un ragazzo l'ammirazione e il rispetto dell'adulto rappresentano elementi imprescindibili per la sua sicurezza: l'interiorizzazione dei valori e lo sviluppo della personalità, infatti, è reso possibile principalmente tramite l'identificazione con il modello paterno e quello materno (la famiglia, si sa, è la prima fra tutte le agenzie educative).
Vantaggi e svantaggi, dunque, nell'autoritarismo così come nel permissivismo. Come sempre avviene nelle rivoluzioni, la spinta al rinnovamento ha creato una rottura troppo drastica e fulminea con il passato.
In medio stat res, l'equilibrio sta nel mezzo, diceva Aristotele.
E' necessario che l'adulto assuma di fronte al ragazzo un ruolo autorevole e dialogante insieme (cosa non facile), un atteggiamento che non sia autoritario e nemmeno permissivo. Non più padre/padrone o maestro severo, ma nemmeno dispensatore di soffocanti maternage, e nemmeno consolatore che capisce/ consente tutto.
L'adulto deve essere colui che propone stimoli, favorisce inclinazioni, trova attività e/o argomenti di condivisione col ragazzo. Deve porsi con quell'autorevolezza che esige rispetto, che gli ricorda la disparità dei ruoli pur permettendogli di esprimere il proprio pensiero; collocandosi quindi, per il bene del figlio, a metà fra passato e presente, fra tradizione e innovazione.
Psicologo a
Brescia
Laurea in Psicologia presso l'Università di Padova con 110/110
Iscrizione all'Albo degli Psicologi della Lombardiacon il n. 03/265
P.I. 04413260987